Crediti alle imprese, il 5 Stelle centra i primi risultati.

9 mag

PARLAMENTO. Nella commissione Giustizia

Uno-due sul pagamento dei debiti alle imprese da parte dello Stato. Primi colpi del Movimento 5 Stelle alla commissione Giustizia della Camera, di cui è stata nominata segretaria Francesca Businarolo, 29 anni, praticante avvocato, deputato veronese del M5S. Sono state votate all´unanimità, infatti, le due proposte del movimento «grillino» sul decreto numero 35/2013, appunto per lo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, che saranno inseriti nel parere della maggioranza (la commissione, lo ricordiamo, è presieduta da Donatella Ferranti, del Partito democratico). Sono due principi a tutela di imprese e lavoratori.

In base alle due proposte, per le imprese deve essere garantito il pagamento anche in presenza di irregolarità contributiva se, però, è intervenuta dopo che la pubblica amministrazione ha contratto il debito con l´azienda. Per i lavoratori invece si prevede che l´ente debitore trattenga i contributi previdenziali e assistenziali non pagati, per accreditarli direttamente all´Inps o all´ente competente.

«Siamo finalmente al lavoro e siamo contenti per avere raggiunto questo primo obiettivo», spiega la Businarolo, in commissione Giustizia insieme a un altro deputato scaligero del 5 stelle, Tancredi Turco, avvocato. «Personalmente», dice la Businarolo, «credo di avere una certa attitudine organizzativa e inoltre, essendo praticante avvocato, considero questo ambito della Giustizia a me congeniale». La Businarolo e Turco sono anche nel Comitato per la legislazione, un organo della Camera che esprime appunto pareri sulle leggi. La Businarolo ha già rinunciato all´indennità di segretario di commissione. E sulla rinuncia o meno alla «diaria», tema che sta infiammando i deputati del 5 stelle, spiega: «C´è dibattito, al nostro interno: o restituirla o destinarla a iniziative del movimento sul territorio. Io sarei favorevole a restituirla».

E.G. L’Arena – giovedì 09 maggio 2013

Tensioni nella maggioranza. Tolte le deleghe a Faccioni.

5 mag

ISOLA DELLA SCALA. Si è rotto il rapporto di fiducia tra il sindaco e il consigliere incaricato di seguire l’edilizia privata. Miozzi: «Non era disponibile al lavoro collegiale» La replica: «Ne deduco la volontà di estromettermi dalle decisioni in assoluta mancanza di lealtà»

04_31_are_f1_446_a_resize_526_394

La maggioranza ha perso un consigliere. Il sindaco Giovanni Miozzi ha revocato l’incarico ad Alessandro Faccioni, che ha risposto lasciando la lista Miozzi per Isola in cui si era candidato alle elezioni nel maggio 2011. «Sarò capogruppo di me stesso e valuterò di volta in volta come comportarmi», ha detto in Consiglio comunale. Miozzi il 13 marzo gli aveva comunicato la revoca dell’incarico di supporto nelle materie di edilizia privata e urbanistica che gli aveva attribuito nel giugno 2011, revoca basata sulla presa d’atto «che ormai da mesi il consigliere non si rapporta con il sindaco né riferisce sulle attività svolte, pregiudicando il rapporto con i consiglieri di maggioranza. «Lo spirito di collegialità e collaborazione all’interno dell’amministrazione è condizione indispensabile, è venuto meno il rapporto fiduciario tra sindaco e consigliere ed è venuta a mancare la disponibiltà di questo alla relazione». Faccioni ha ricambiato la sfiducia: «Mi sento in tutta franchezza di reindirizzare a lei la contestazione riguardo la mancanza di spirito di collegialità e collaborazione perché è ormai da tempo che non mi si convoca alle riunioni di maggioranza. Ignorando le ragioni di tale comportamento, ne deduco la volontà di estromettermi dalle decisioni collegiali, in assoluta mancanza di lealtà e chiarezza. Comunico di non far più parte della lista e di rinunciare all’incarico per l’attuazione del Pat». Faccioni siede in consiglio da 20 anni, tra cariche di vicesindaco, assessore e consigliere; nel precedente mandato di Miozzi era assessore all’edilizia privata e all’urbanistica. Negli ultimi mesi, le sue assenze in consiglio avevano fatto supporre un’ incrinatura nei rapporti con l’amministrazione, poi confermata da votazioni difformi. «La revoca», dice il consigliere, «è arrivata dopo il mio voto contrario, per un problema di distanze, a una delibera del 22 febbraio di autorizzazione di un privato per una costruzione confinante con la proprietà comunale». Il Consiglio ha anche preso atto della dimissioni del consigliere Michele Furlani per motivi di sopravvenuta indisponibilità di tempo a svolgere l’incarico. Furlani era entrato nella maggioranza un anno fa dopo le dimissioni dell’assessore Luca Brutti, da cui aveva ereditato gli incarichi alle manifestazioni e all’ente fiera, gli è subentrato Stefano Benincasa, primo dei non eletti, che nella precedente amministrazione Miozzi era consigliere con incarico alle Politiche del lavoro.

 

Mariella Falduto, L’Arena 4/5/2013

Andrea Colletti (M5S): “Questo sembra il governo della trattativa Stato-mafia”

30 apr

Stefano Rodotà: lettera a Eugenio Scalfari.

22 apr

31564_10151569713682855_161453758_nCARO direttore, non è mia abitudine replicare a chi critica le mie scelte o quel che scrivo. Ma l’articolo di ieri di Eugenio Scalfari esige alcune precisazioni, per ristabilire la verità dei fatti. E, soprattutto, per cogliere il senso di quel che è accaduto negli ultimi giorni. Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani? Per la stessa ragione per cui, con grande sensibilità, mi ha chiamato dal Mali Romano Prodi, al quale voglio qui confermare tutta la mia stima. Quando si determinano conflitti personali o politici all’interno del suo mondo, un vero dirigente politico non scappa, non dice “non c’è problema “, non gira la testa dall’altra parte. Affronta il problema, altrimenti è lui a venir travolto dalla sua inconsapevolezza o pavidità. E sappiamo com’è andata concretamente a finire.

La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l’esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata. Nella drammatica giornata seguita all’assassinio di Giovanni Falcone, l’esigenza di una risposta istituzionale rapida chiedeva l’immediata elezione del presidente della Repubblica, che si trascinava da una quindicina di votazioni. Di fronte alla candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, più d’uno nel Pds osservava che non si poteva votare il candidato “imposto da Pannella”. Mi adoperai con successo, insieme ad altri, per mostrare l’infantilismo politico di quella reazione, sì che poi il Pds votò compatto e senza esitazioni, contribuendo a legittimare sé e il Parlamento di fronte al Paese.

Incostituzionale il Movimento 5Stelle? Ma, se vogliamo fare l’esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell’imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? E tutto quello che ha documentato Repubblica
nel corso di tanti anni sull’intrinseca e istituzionale incostituzionalità dell’agire dei diversi partiti berlusconiani? Di chi è la responsabilità del nostro andare a votare con una legge elettorale viziata di incostituziona-lità, come ci ha appena ricordato lo stesso presidente della Corte costituzionale? Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo.

Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell’iter che l’ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all’area della sinistra italiana siano state snobbate dall’ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l’attenzione del Movimento 5Stelle. L’analisi politica dovrebbe essere sempre questa, lontana da malumori o anatemi.

Aggiungo che proprio questa vicenda ha smentito l’immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo. Questo fatto politico, nuovo rispetto alle posizioni di qualche settimana fa, è stato ignorato, perché disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd. E ora, libero della mia ingombrante presenza, forse il Pd dovrebbe seriamente interrogarsi su che cosa sia successo in questi giorni nella società italiana, senza giustificare la sua distrazione con l’alibi del Movimento 5Stelle e con il fantasma della Rete.

Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull’intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità.

Stefano Rodotà
(Da “La Repubblica”,22 aprile 2013)

Ci meritiamo “solo” una nuova italia

21 apr

Una mattina di aprile triste, un silenzio strano. Quella poca gente che si vede in giro nelle città la domenica mattina non sorride e tira dritto. Ti senti come il giorno dopo la scomparsa di una persona cara. Quella indefinibile mancanza che provi dentro, che non riesci ad accettare e che sai ti accompagnerà troppo a lungo. La Repubblica, quella che si dice democratica e fondata sul lavoro, ieri è morta. Pensi al sorriso raggiante di Berlusconi in Parlamento, risplendente come il sole di mezzogiorno, dopo la nomina di Napolitano, e ti domandi come è possibile tutto questo, pensi ai processi di Berlusconi, a MPS, alle telefonate di Mancino, ai saggi e alle loro indicazioni per proteggere la casta. Sai che alcuni di loro diventeranno ministri. Ti viene lo sconforto. Tutto era stato predisposto con cura. Un governissimo, le sue “agende” Monti e Napolitano, persino il nome del primo ministro, Enrico Letta o Giuliano Amato, e un presidente Lord protettore dei partiti. Uno tra Amato, D’Alema o Marini avrebbe dovuto essere l’eletto. Rodotà ha rovinato i giochi. Ed ecco il piano B con il rientro di Napolitano che fino al giorno prima aveva strenuamente affermato che non si sarebbe ricandidato. E di notte, in poche ore (minuti?) si è deciso (ratificato?) il presidente della Repubblica e la squadra di governo. Chiamala, se vuoi, democrazia. L’Italia ha perso e, non so perché, mi viene in mente il pianto disperato di Baresi dopo la finale persa ai rigori con il Brasile nel 1994. Il MoVimento 5 Stellle è diventato l’unica opposizione, l’unico possibile cambiamento. Il Partito Unico si è mostrato nella sua vera luce. Noi o loro, ora la scelta è semplice. Coloro che oggi sono designati al comando della Nazione sono i responsabili della sua distruzione. Governano da vent’anni. Per dignità dovrebbero andarsene, come avviene negli altri Stati. Chi sbaglia paga. E chi persevera paga doppiamente. Entro alcuni mesi l’economia presenterà il conto finale e sarà amarissimo. Dopo, però, ci aspetta una nuova Italia.

Funeral Party – Marco Travaglio

21 apr
 

Il delitto perfetto

La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto. E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B.,ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.

Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà. A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.

Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano  21/04/2013.

Pensavamo di aver toccato il fondo

20 apr

Quindici mesi fa il governo italiano era in default l’allora capo dello stato designava il governo dei tecnici , il governo dei Montini.
Bene dopo piu di un anno dopo una tornata elettorale cosa e successo?
esattamente niente!
Stesso presidente stessi partiti stesso governo tecnico.
Se si crede di aver toccato il fondo…..be….. il fondo lo abbiamo toccato, lo abbiamo rotto , stiamo scavando …… consolatevi a furia di scavare si arrivera in Cina dove la “Democrazia” e piu vera di quella Italiana.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 747 follower