Parlamento e volontà popolare: su 27 proposte di legge, solo una arriva in aula

tramite Il Fatto Quotidiano » Politica & Palazzo di Thomas Mackinson il 12/03/13

Come entra in Parlamento è già morta, riposi in pace la volontà popolare. Ripristino delle preferenze, criteri di eleggibilità, taglio ai costi della politica, finanziamento pubblico ai partiti sono i temi forti dell’ultima campagna elettorale. Selezionati, depositati e stampati su programmi zeppi di impegni e promesse: vota con fiducia, li porteremo in Parlamento. Così le rinnovabili, la cancellazione di Equitalia e il salario sociale. A ben vedere quei temi in Parlamento c’erano entrati da un pezzo, sospinti da altrettanti disegni di legge d’iniziativa popolare che i cittadini hanno sperato di portare all’attenzione dei partiti, sotto il peso di un milione e mezzo di firme. Una fatica inutile, perché agli onorevoli cinque anni non son bastati per esaminarle, portarle in aula e approvarle. La XVI Legislatura si chiude con 27 proposte presentate, una sola approvata e tutte le altre sepolte nel cimitero della volontà popolare, sotto l’insegna “stati non conclusi”. Per l’esattezza: 15 sono state assegnate alle competenti commissioni senza mai essere discusse, nove hanno iniziato l’esame e lì si sono fermate, una è ancora da assegnare.

Si dirà che quelle proposte erano strampalate, lontane dal dibattito pubblico e dall’interesse generale. Tutto il contrario: andavano dritte al cuore di problemi che i partiti, avendo accuratamente evitato di affrontare, hanno potuto riproporre agli elettori come nuovi ed emergenti in campagna elettorale. Il solito slogan: vota con fiducia che li porteremo in Parlamento. Tra le vittime eccellenti di questa perversione spiccano la riforma della legge elettorale e la questione degli impresentabili in lista. Quanto se n’è parlato! Eppure cinque anni fa un disegno di legge impegnava il Parlamento a riformare i “criteri di candidabilità ed eleggibilità, decadenza e revoca del mandato e reintroduzione delle preferenze”. Era tutto lì – perfino il limite di due mandati – scritto in cinque articoli di poche righe ciascuno che il senso comune avrebbe sottoscritto al volo. Per gli onorevoli, però, doveva essere aramaico perché ne hanno discusso per anni senza venirne a capo. E non è colpa della burocrazia parlamentare: il testo è stato presentato all’ufficio di Presidenza il primo giorno della XVI legislatura (29 aprile del 2008), l’indomani viene trasmesso al Senato e il giorno successivo è puntualmente assegnato alla commissione Affari costituzionali. Pronti, via. E invece no. Il testo inizia il rimpallo delle commissioni e finisce per perdersi nel porto delle nebbie. Dopo cinque anni è ancora “all’esame della commissione”. Stesso destino per un secondo disegno di legge che chiedeva la reintroduzione del voto di preferenza: presentato a gennaio 2009, Oltre 20mila interrogazioni senza esito

Gli onorevoli domandano, ma il governo risponde una volta su due. Un dialogo tra sordi in un luogo che pur si chiama “parlamento”. L’ultima legislatura si chiude con 47mila tra mozioni, interpellanze, interrogazioni a risposta scritta e orale, ordini del giorno in assemblea. Un sacco di lavoro, di impegno e di tempo. Ma come sono andati a finire? Metà di quegli atti non hanno avuto seguito. Dal 2008 al 2013, in cinque anni, l’aula ha interrogato l’esecutivo 28mila volte con la speranza di una risposta scritta, altre 3.600 volte per una risposta orale. Ma ministri e sottosegretari hanno risposto “solo” 12mila volte. Oltre 20mila atti non hanno avuto alcun riscontro da parte dei ministri e dei sottosegretari del governo. Messi tutti insieme – interpellanze, mozioni e atti di sindacato ispettivo – solo il 53% ottiene una risposta, una su due cade nel vuoto.

In cinque anni 27 proposte di legge di iniziativa popolare, ma una sola arriva in aula. Erano un antidoto alla Casta, sono state affossate insieme a un milione di firme dopo un mese viene assegnato alla commissione competente. Che fine ha fatto? A distanza di quattro anni l’esame non è neppure cominciato. Così la proposta che vaneggiava di “riduzione degli stipendi, emolumenti, indennità degli eletti negli organi di rappresentanza nazionale e locale”. Idem per la revisione del sistema di riscossione e di Equitalia, entrata nel paniere della propaganda di tante forze politiche. Macera dal 2009 in commissione Lavoro il disegno di legge per introdurre un salario sociale che – quattro anni dopo, nel 2013 – diverse forze politiche hanno riproposto come nuovo per stringere un patto nell’urna con gli elettori. E ancora: difesa dell’acqua pubblica, sostegno economico ai comparti delle energie rinnovabili, della ricerca, dell’istruzione. L’unica proposta di iniziativa popolare approvata nella legislatura che si chiude a giorni è divenuta la legge 96/12, quella con cui i tecnici hanno dato una sforbiciata ai contributi pubblici in favore di partiti e movimenti politici. Ma il testo originale, accompagnato da 50mila firme, parlava di “abrogazione”, non di “riduzione”. Il giro in commissione ha aggiustato il tiro.

Viene da chiedersi, facendo questo elenco, se tutto questo sia normale. Se sia cioé accettabile e legittimo che cittadini chiamati a rappresentare il popolo italiano ne seppelliscano poi le volontà infondo al pozzo dell’attività parlamentare. Recentemente il M5S ha posto il tema, raccogliendo storiche battaglie di democrazia rimaste orfane. Molti giuristi, del resto, ritengono quel comportamento un abuso del diritto. “Il nostro ordinamento – spiega il costituzionalista Antonio D’Andrea – assegna un ruolo rilevante agli istituti di iniziativa popolare anche oltre il referendum abrogativo. Ciò, a ben vedere, si ritrova puntuale nei regolamenti parlamentari, laddove prevedono speciali misure di salvaguardia rispetto alla decadenza delle proposte di legge”. Quelle di iniziativa parlamentare o governativa non approvate, infatti, decadono automaticamente e devono essere ripresentate da capo nella nuova legislatura. “Quelle di iniziativa popolare (e regionale) non decadono ma vengono incamerate automaticamente senza il bisogno di una formale riproposizione. In pratica hanno uno speciale corridoio di salvaguardia rispetto all’interru – zione dei lavori e al valore delle firme raccolte che verrebbero altrimenti dispersi. Per rafforzare l’istituto popolare, del resto, non sarebbe necessaria una modifica costituzionale, basterebbe agire sui regolamenti parlamentari prevedendo l’obbligatorietà di una deliberazione entro un termine stabilito”.

Resta il dubbio, infine, che la morte delle leggi popolari per “inedia” parlamentare sia ben lontana, se non contraria, ai principi della Carta Costituzionale. Quella, per intenderci, su cui giurano il Capo dello Stato e i membri del governo, presidenti di regione e forze armate prima di assumere le loro funzioni, ma non i parlamentari che – agli albori della Repubblica – avevano già imparato l’arte di affossare quel che a loro non conviene. Era il 19 settembre del 1946 quando la Commissione costituente iniziò a discutere del giuramento di fedeltà dei deputati alla Carta e alle leggi della Repubblica. Un anno e 15 sedute dopo, tra veti incrociati e obiezioni irriducibili, i padri costituenti gettarono la spugna e approvarono l’articolo 51 senza impegni. Da allora, a quanto pare, il parlamentare italiano rimane fedele soprattutto a se stesso e la volontà popolare riposa in pace.

Da Il Fatto Quotidiano del 12 marzo 2013

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